"Pensare nelle istituzioni. La formazione psicoanalitica." di Simona Capolupo e Donata Miglietta

"Pensare nelle istituzioni. La formazione psicoanalitica." di Simona Capolupo e Donata Miglietta

Vincitori ex aequo saggistica edita - Alexandria Scrittori Festival (edizione 2013)
"Pensare nelle istituzioni. La formazione psicoanalitica." di Simona Capolupo e Donata Miglietta (Libreriauniversitaria.it)

1) Cominciamo parlando del titolo: com’è nato e che cosa si prefigge di comunicare al lettore? E qual è il target per il quale il saggio è stato ideato e scritto?
Il  titolo è il tema che percorre tutto il libro  ma è nato in modo chiaro durante la scrittura. Far pensare è il  primo obiettivo della nostra formazione. Il libro si rivolge agli operatori delle istituzioni in genere, agli psicoterapeuti, agli psichiatri, agli infermieri, agli educatori. Non si tratta di un testo divulgativo perché richiede una certa esperienza professionale per essere davvero capito.

2) Nella lettura, si cita “la curiosità verso il non conosciuto”. La curiosità, spesso, è accompagnata dalla paura, cui segue il pregiudizio. E’ possibile abbattere questi muri che impediscono l’interazione?
Attraverso la formazione ad indirizzo analitico e soprattutto con il modello bioniano di lavoro in gruppo si può superare la paura e attivare la curiosità ma per abbattere i muri della colpa, del pregiudizio e della paura la formazione deve essere dinamica e non solo informativa e una formazione ad orientamento dinamico e analitico richiede tempo ! Questa è la difficoltà che abbiamo incontrato in un clima istituzionale e culturale in cui si vuole il risultato“subito” ed è difficile fare i conti con il tempo che occorre per produrre cambiamenti nelle persone e nelle istituzioni.

3) Cito uno stralcio che mi è piaciuto molto: “E’ difficile contenere il mondo e i momenti psicotici; è come se ci fosse la fantasia che questo mondo lo si deve bloccare, soffocandolo attraverso la terapia farmacologica o attraverso il contenimento fisico. Sta diventando sempre più necessario riuscire a creare un potenziale spazio per poter imparare a utilizzare, in modo creativo, la follia.”. Potete spiegare questo concetto interessante anche a chi non è un “addetto al settore”?
Non basta infatti abbattere le mura dei manicomi per non aver paura della follia. Noi tutti abbiamo paura di essere contagiati e questo ci spinge a contenere farmacologicamente e fisicamente, ma anche ad isolare i malati nelle loro comunità, invece che trovare modi per farli vivere in mezzo a tutti gli altri, negli spazi sociali. I media poi danno informazioni distorte che aumentano la paura della gente. Ci basterebbe guardare l’arte per capire che senza un po’ di follia non ci sarebbero momenti creativi e creazioni stupefacenti. Il problema è allora lasciare libero almeno quel poco di follia invece di ricusarla nella totalità. Facendoci in parte contagiare troveremmo anche in noi i momenti creativi.

4) Nel vostro saggio vi soffermate sull’importanza della formazione di un gruppo. Quali sono i pro e i contro, i base alla vostra esperienza?
Il gruppo di modellizzazione faceva sperimentare in vivo come la comunanza sia un esperienza specificatamente legata a fatto che l’individualità delle persone a poco a poco si attenua o addirittura si dissolve e quindi si percepisce l’insiemità.(Corrao, 1995). Il gruppo ha dei potenziali che possono causare episodi di depersonalizzazione quando la conduzione non nasce da una formazione adeguata al compito.  E’ quindi molto delicata la questione della scelta del conduttore dei gruppi; inoltre il gruppo può non essere funzionale per qualunque soggetto e nelle istituzioni non è possibile selezionare i partecipanti. Il buon funzionamento della formazione esperienziale dipende anche dal clima dell’istituzione stessa. Un altro “contro” è, come già detto, il tempo necessario per una formazione esperienziale.
I “pro” sono moltissimi perché il gruppo esperienziale produce pensiero e amplia il campo mentale. Se è necessario un tempo lungo per formare con il modello esperienziale i risultati di questa formazione rimangono nel tempo perché l’apprendimento è affettivo, emozionale e profondo e non svanisce ma resta come patrimonio dei singoli e dell’istituzione.

 
5) In un resoconto esperienziale, vi è una piccola diatriba tra medici e infermieri. In effetti, molti pensano che la figura di questi ultimi sia marginale, anche in campo psichiatrico. Voi cosa pensate, al riguardo?
Assolutamente no! Gli infermieri sono l’asse portante delle istituzioni sanitarie e la loro formazione è preziosa per tutta l’istituzione.
La scelta di una formazione a funzione analitica permette di fare esperienza anche della pazzia dentro di noi, ovviamente senza rimarne intrappolati. Il ricovero coatto è paragonabile ad una violenta scissione con la quale costringiamo le nostre parti pazze a non farsi sentire, le isoliamo con la forza della paura. Mentre un percorso analitico personale consente di integrarle e liberarle senza che diventino pericolose, la formazione esperienziale si cura che questo processo possa avvenire per gli aspetti professionali e istituzionali. Con la formazione fondata sul pensiero analitico non si tratta certo di proporsi che tutti gli operatori diventino dei saggi ma che imparino a “migliorare le capacità di osservazione e di tolleranza nell’impatto con persone altamente sofferenti e perciò anche violente, pesanti a volte incontrollabili e a cogliere in se stessi, anche se in forma attenuata, vissuti corrispondenti a quelli portati dai pazienti, nell’idea che, senza questa corrispondenza, l’altro rimarrà sempre in una condizione di solitudine”  (pag 224, Correale, 2007).


6) I dissidi tra gli specialisti vengono trattati come una sconfitta. Manca davvero un’autentica collaborazione tra psichiatri/psicologi?
Molto dipende da che persone sono gli psichiatri e gli psicologi. Le persone, le loro capacità relazionali, la loro empatia, superano il corporativismo. Tuttavia negli ultimi anni una dilagante impreparazione dei giovani psicologi che vengono buttati senza una formazione adeguata in mezzo ai conflitti istituzionali sta rendendo difficile la collaborazione tra medici e psicologi.

7)  Per concludere, potreste accennare all’argomento legato alla “funzione psicoanalitica della mente?
La “Funzione psicoanalitica della mente” è l’attitudine di entrare in rapporto con gli altri, trasformando sentimenti incontenibili e dolorosi dell’esperienza umana, in elementi capaci di attivare la crescita personale e, conseguentemente, sociale. Questa funzione nella formazione, passa attraverso la rêverie del conduttore che aiuta a dare nome agli stati emotivi che si addensano nel campo. Per dirla con Bion, si tratterebbe di quel processo elaborativo complicato e, talvolta, doloroso, che permette di trasformare gli elementi beta in elementi alfa!

 

Link dell'opera: http://www.libreriauniversitaria.it/pensare-istituzioni-formazione-psicoanalitica-capolupo/libro/9788862922340

Paola Elena Ferri