INTERVISTA AL DOTTOR SABINO NANNI

INTERVISTA AL DOTTOR SABINO NANNI

Opera vincitrice ex aequo nella sezione saggistica edita di Alexandria Scrittori festival 2013: "Amare con anima e corpo. Paura della libertà, empatia e cura" di Sabino Nanni (Psychiatry on line).

1) Le chiedo la cortesia di riassumere il significato del titolo del suo saggio: Amare con “anima e corpo” - paura della libertà, empatia e cura. Come e nata l'opera e perché?
Il titolo riassume il contenuto del lavoro. Parto dalla "paura della libertà" (intesa soprattutto come libertà interiore): si tratta della paura d'essere autenticamente se stessi, anche nel proprio intimo. Essa costituisce la matrice di gran parte della patologia psichiatrica emergente. Condizione e, nello stesso tempo, effetto della paura d'essere se stessi è una dissociazione tra mente ("anima") e corpo, come ben illustrato nel racconto di Kafka che cito: il protagonista (lo scimpanzé divenuto forzatamente essere umano per poter sopravvivere) ha violentemente represso ogni espressione della propria dimensione corporea-animalesca allo scopo d'acquisire, in modo imitativo, una parvenza umana del tutto inautentica, slegata dalla propria vera natura. Il risultato è la scissione tra una parte corporea autentica ma rimasta ad uno stato primitivo (perché è mancato un graduale confronto con un ambiente disposto ad accettarla) ed una mente capace di adattamento sociale, ma non fondata sul proprio substrato corporeo, forgiata unicamente da pressioni esterne. In entrambe le dimensioni, l'individuo non è in grado d'esprimere la propria autentica natura: nella prima il "vero sé" è sopraffatto dalla componente istintuale primitiva, nella seconda dalle pressioni sociali esterne. La paura della libertà e la dissociazione della mente dal corpo esistono non solo nel paziente, ma anche, spesso, nel terapeuta ed interferiscono sulla sua capacità di comprensione empatica del proprio malato: ad un gruppo di curanti dominati da un "evitamento fobico" del corpo se ne contrappone un altro dominato da un "isolamento ossessivo" del corpo stesso. Entrambi non sono in grado di comprendere empaticamente il paziente nelle sue espressioni più autentiche, che sono, al tempo stesso, corporee e mentali. Un esempio è il caso di Antonella, le cui manifestazioni emotive per lungo tempo si esprimevano unicamente tramite i loro correlati neurovegetativi: essi erano stati ignorati dalla precedente psicoterapeuta oppure trattati unicamente con strumenti farmacologici (ignorandone il significato mentale) dal farmaco-terapeuta. Una "cura", per essere tale, deve considerare il paziente nel suo insieme, senza ignorarne né la dimensione corporea, né quella mentale. Riguardo a com’è nato il lavoro, esso è il testo di un corso ECM che ho tenuto per la mia vecchia équipe e per altri colleghi: sono un primario in pensione e, dopo aver lavorato per tanti anni con loro, ho voluto offrire ai miei collaboratori una puntualizzazione teorica dei principi ispiratori della nostra attività: giovandomi dell'insegnamento dei miei maestri (Dario De Martis e Romolo Rossi), ho voluto mettere in guardia i colleghi da tendenze negative della psichiatria dei nostri giorni: una "neurologia dei sintomi mentali" che ignora la sfera soggettiva, ed una psicoterapia del tutto "cerebrale", che ignora le manifestazioni corporee come contrassegno dell'autenticità di quanto esprime il paziente.

2) Nel saggio si parla di due casi simili ma con risoluzioni diverse e si fa anche un accenno ad errori che il terapeuta stesso ammette. Questo mi porta a riflettere sulla grande responsabilità di uno psichiatra o psicologo che hanno a che fare con la mente umana. Mi rifaccio anche alle sue considerazioni finali, dove si rammarica di non poter instaurare un rapporto "fisico" (quasi amichevole, paterno o materno) con il paziente. La psicologia dovrebbe essere "rivista e corretta", secondo lei, oppure è sempre solo chi si rivolge allo specialista a dover cercare, continuamente, prima di riuscire ad avere un rapporto empaticamente soddisfacente con chi potrà seguirlo nel percorso della rinascita?
Certamente la responsabilità dello psichiatra è grande, soprattutto se si tiene conto che, ancor più delle altre cure mediche, qui non può entrare in gioco solo un fatto puramente "tecnico": il curante, se vuole ottenere risultati, si trova coinvolto anche su di un piano personale e, se esistono in lui problemi non risolti (abbiamo visto l'esempio dello "evitamento fobico" o dello "isolamento ossessivo" del corpo), essi interferiscono sulla sua capacità di mettersi in sintonia con il paziente. Per fronteggiare queste difficoltà, è opportuno che il terapeuta si sottoponga ad un'analisi personale (anche a scopo didattico) e, almeno agli inizi della sua attività, ad una supervisione. Chiariti e risolti i principali problemi personali, resta il fatto che ogni esperienza terapeutica è un'esperienza di crescita ed evoluzione non solo per il paziente, ma anche per il curante. E' per questo che ho voluto mettere a confronto due casi trattati a distanza di trent'anni, allo scopo d'illustrare l'evoluzione avvenuta nel sottoscritto. Se il malato riesce ad avere sufficiente pazienza con chi lo cura e riesce a liberarsi da attese "miracolistiche", prima o poi la crescita avvenuta in entrambi i membri della coppia consente ad essi di entrare in sintonia e portare a compimento la propria evoluzione. Purtroppo la mentalità oggi prevalente non favorisce questa "pazienza": si vogliono risultati "tutti e subito" e questo spinge molti malati a cambiare terapeuta senza aver dato a costui il tempo di capirlo e di capirsi e spinge molti terapeuti a cercare "scorciatoie" che portano a risultati clamorosi, ma del tutto discutibili. Più ancora che la "psicologia", intesa come fatto teorico, sono il terapeuta ed il paziente che hanno bisogno di "rivedere e correggere" se stessi; e questo continuamente, in ogni fase della cura. Più che di un rapporto "fisico", parlerei di rapporto con la dimensione fisica del malato, allo scopo di comprenderne le implicazioni soggettive: molto belle mi sono parse, e le ho citate, le considerazioni di Appelfeld sui "ricordi" contenuti "nelle palme delle mani, nelle piante dei piedi, nelle ginocchia...". La presa a carico dei problemi corporei (ovviamente in collaborazione con gli specialisti in materia) ha, di per sé, potenzialità psicoterapeutiche che possono far uso di una traslazione con la figura materna (la mamma è il primo "medico" della nostra vita), o creare ex-novo una "corrective emotional experience" volta ad offrire al paziente quelle cure parentali che gli sono mancate (o che sono state inadeguate) nel passato. Non si tratta, ovviamente di "infantilizzare" il paziente, anche se si entra in contatto con la sua parte infantile: in ogni momento è necessario un rapporto "amichevole" di collaborazione, ossia tra le dimensioni adulte (e sane) del malato e del terapeuta.

3) Il senso d’inadeguatezza che può avvilire uno psichiatra o psicologo è in grado di portarlo alla brusca interruzione di una terapia, senza preavviso per il paziente? Glielo chiedo perché ho avuto modo di toccare con mano una realtà simile alla quale non sono mai state date risposte, e la paziente si è trovata con l'amplificarsi dei suoi problemi, poiché ignara dei motivi di questa interruzione inspiegabile.
Un'interruzione brusca di una terapia, tanto più se "inspiegabile" agli occhi del paziente, è un'eventualità grave che deve e può essere evitata, anche se il terapeuta ha ragione di sentirsi "inadeguato ed avvilito". Esiste la possibilità di un consulto con un collega più esperto, oppure di un supplemento di supervisione, che possono portare ad un chiarimento delle difficoltà incontrate e ad una ripresa del processo terapeutico. Se, poi, le difficoltà si rivelano insormontabili, si può indirizzare il paziente ad un altro curante che si ritiene più adatto, ma sempre rimanendo presenti nella fase di transizione e di passaggio e facendo il possibile per aiutare il malato a fronteggiare il trauma della separazione.

4) Terminiamo con la Psicosomatica, di cui fa cenno nelle considerazioni conclusive dell'opera. Quali operatori potrebbero affiancare il terapeuta, pur non essendo medici ma collaborando attivamente per la rinascita interiore del paziente/cliente? E perché?
Il termine "psicosomatica" è stato da tempo cassato, e ritengo a ragione, dai testi più accreditati. Esso, a dispetto di quanto affermato dai fondatori stessi di questa disciplina (Alexander, Marty, Fain, ecc.) continua a creare la falsa convinzione dell'esistenza di un gruppo particolare di malattie (definite "psicosomatiche") distinto da quelle "fisiche" e da quelle "mentali". In realtà, fin dall'inizio l'approccio "psicosomatico" riguardava tutte le malattie e consisteva nel considerare il paziente nella sua globalità, riconoscendo, nelle varie malattie e nei diversi pazienti, quale può essere il ruolo di fattori che appartengono alla dimensione biologica, a quella psicologica ed a quella sociale; per questo, anziché di "psicosomatica" oggi si preferisce parlare di approccio "bio-psico-sociale". Tutti gli operatori (medici delle diverse specializzazioni, operatori sociali, testologi, ecc.) possono collaborare con lo psichiatra per la cura, a seconda delle particolari esigenze del paziente. L'importante, affinché la cura porti a un’effettiva "rinascita" interiore (e non alla condizione di "automa obbediente" alle esigenze dell'ambiente sociale, come nella scimmia ammaestrata di Kafka) è che l'autentica, particolare natura del paziente sia riconosciuta, sostenuta ed aiutata ad evolversi, ed a questo scopo il lavoro di tutti deve essere ben coordinato ed organizzato.

Sito Internet:
http://www.nannidottsabino.it/
 

A cura di Paola Elena Ferri