INTERVISTA A VINCENZO BONICELLI DELLA VITE

INTERVISTA A VINCENZO BONICELLI DELLA VITE

Vincitore ex aequo nella sezione “saggistica edita” con l’opera "Sancio, io e l'isola di Nessuno" (Pungitopo Ed.) - Alexandria Scrittori Festival 2013

1) Parliamo di Vincenzo Bonicelli della Vite: chi è e come nasce scrittore?
Sin da bambino non bastavano fumetti, cinema e televisione a riempire il mio immaginario e neanche i testi scolastici. Leggevo tantissimo e di tutto, in termini di narrativa e letteratura. Le parole riempivano il vuoto delle immagini, davano contorni più vasti e precisi alla mia realtà. Mi piaceva scrivere ma solo molto più tardi, verso i trent'anni, ho preso la cosa seriamente. Era un modo di ritrovare me stesso, di salvarmi da una realtà sempre più limitata e limitante, sentendomi libero e ritrovando una forma d'integrità psichica. In casa mia si leggeva molto, parlo dei miei due fratelli, ma per lo scrivere l'esempio veniva dai miei due zii materni. Poi la mia esperienza personale si è sviluppata anche riprendendo in mano testi letti letti da ragazzo e leggendone di nuovi.

2) Qual è stata la scintilla scatenante che ha permesso la stesura dell'opera "Sancio, io e l'isola di Nessuno"?
Sono stati un desiderio di avventura intellettuale e una passione per viaggi e avventura a portarmi a “Sancio, io e l'isola di Nessuno”. Sentivo che la versione che mi avevano dato gli altri della storia della letteratura non mi bastava, che potevo dare qualcosa di mio che mi servisse anche per scrivere i miei racconti e i miei romanzi. M'incuriosivano i rapporti tra testo e vita, parola e immagini, uomo del passato e uomo del presente, ma fuori dalle categorie di analisi classiche. Cioè la parola doveva essere contesto oltre che testo della mia analisi, un mondo chiuso che si apriva alla vita con una sua specificità. Poi ero incazzato per come mi andavano le cose nel lavoro, una prigione che mi costringeva dentro cose non mie e lontane da idee veramente libere e non banali. I libri che avevo letto dovevano dirmi qualcosa di più sulla realtà anche ora da adulto.

3) Nell'opera si parla di ordine e disordine, cosmos e caos. Qual è il disordine o il rigore più grande: quello interiore o quello esteriore, legato alla società, secondo lei? E perchè?
La domanda è più che pertinente, fin troppo precisa. Perché ho scritto di ordine e caos pensando a rapporti possibili tra vita e letteratura, partendo dalla convinzione che gli opposti logici nella realtà non siano mai separati, ma coesistenti e complementari. Ogni principio di vita, per quanto ordinato, ha dentro di sé elementi di caos: l'imperfezione della vita vuole questo. Solo la logica c'impone la contraddizione tra opposti per poter sviluppare il ragionamento. La vita concreta è diversa, mai solo bianca o solo nera. Solo la morte è perfezione, che sia solo ordine o solo caos, a seconda di ciò in cui si crede. La vita, come la parola, è movimento. Può essere fissa e perfetta solo rappresentata dentro un'ideologia, in cui gli opposti logici sono separati tra loro, repulsivi l'uno verso l'altro. Società e individui sono diversi tra loro, quindi non vale un'affermazione unica per dire se ordine e caos sono presenti in uno piuttosto che in un altro. Certo la follia può venire fuori in ogni momento sia nell'individuo che nella società. A me interessa la parola come mezzo per raccontare l'ambiguità delle verità assolute, l'imperfezione di ogni mondo perfetto. Il mondo che si rispecchia nella parola è imperfetto e vede in essa una forma di perfezione. Questo è ciò che accade ai Ciclopi davanti alla realtà della parola Nessuno. Così è perfetta l'Iliade che inizia con l'ira di Achille, imperfezione della vita che si rispecchia nell'ordine della parola, tanto che nel primo e nell'ultimo capitolo la dodicesima aurora ripresenta questa ira come determinante per i funerali di Ettore. Ogni narrazione ha una debolezza e un'imperfezione di fondo dell'uomo, un segno della sua morte come nel tallone di Achille. Le parole dei cavalieri erranti sono perfette nel Don Chisciotte più di ogni altra realtà. Ordine e caos complementari e coesistenti, follia pronta a invadere la realtà. La realtà si sposta lungo i confini mobili della parola: è questa la grande invenzione di Cervantes.

4) Parliamo dell'uomo-finzione da lei citato. Quali sono - se ci sono - le situazioni in cui, nella vita, è permesso indossare delle maschere?
L'uomo-finzione, da Nessuno a Gregor Samsa, è un uomo che incarna la perfezione possibile solo nella parola, un opposto logico rispetto all'imperfezione della vita. Una risposta estrema in una situazione estrema. Quindi un momento di verità. Mascherandosi da Nessuno, Ulisse diventa parola e si salva. Gregor Samsa diventa negazione della parola, una perfezione impossibile nella realtà la sua, e muore. Anche Don Chisciotte è una maschera del buon Chisciano che viveva in mezzo alle parole dei cavalieri erranti. La maschera è espressione dell'ambiguità e dell'imperfezione della vita, quindi naturale compagna della parola, sempre consentita. Ma è sempre presente anche nella realtà, nel suo silenzio. La maschera completa il rapporto tra vita e parola.

5) Facciamo un piccolo gioco. Immagini di trovarsi in una stanza piena di specchi che si riflettono reciprocamente. Allo stesso tempo, essi riflettono un oggetto, all'infinito. Come riuscirebbe ad individuare tale oggetto, in mezzo a tutti questi riflessi?
Questo gioco degli specchi mi piace: è il gioco che giochiamo sempre quando scriviamo e leggiamo. Tra tanti specchi riflettenti l'immagine finale rimane un puzzle, una dimensione ambigua eppure definita. Mobile. La parola scritta disegna confini mobili alla realtà, riflette e si riflette in tante immagini senza potersi riconoscere pienamente in una sola di esse. L'identità finale dell'immagine è movimento e compresenza di opposti. Imperfezione vitale. Così Achille è il più forte ma anche il più debole, Ulisse il più astuto ma anche il più semplice nel suo desiderio estremo di vendetta.

6) Illusione, finzione, menzogna, contrapposte ad integrità morale, rinnovata identità, realtà. Il tutto e il contrario di tutto. Lei come si pone, in ciò ci cui parla? E' assiduo spettatore o recita la sua parte fino in fondo?
Essere spettatore e partecipare sono ruoli antitetici solo in certi momenti e in certi luoghi, non antitetici sempre e comunque. Non ti puoi tirare fuori dalla realtà completamente, ma lo devi fare in parte se vuoi scrivere. E non puoi scrivere se non ti rileggi continuamente, se non partecipi al mondo e alla vita, a passioni ed emozioni. La tua ricerca della perfezione nella parola rimedia all'assenza temporanea dal mondo come spettatore che si rispecchia nella pagina.

7) Il Cavallo di Troia ha rappresentato uno stratagemma vincente, nella battaglia greca. Trasferiamo quest'arma da guerra nell'animo umano e supponiamo di dover vincere un conflitto interiore: ne usciremmo sconfitti o vincitori? E perchè, secondo lei?
Domanda appassionante, per me. Il cavallo di Troia è l'anticipazione storica della dimensione inconscia, nella mia visione. Il cavallo cela l'inconscio che prorompe, prima invisibile e silenzioso, poi improvvisamente assordante e senza argini. Follia e dominio della coscienza sull'inconscio sono variabili e personali, frutto della solitudine come anche dell'eccesso di socialità quando si perdono equilibrio individuale e l'esaltazione stravolge il senso di libertà. L'episodio di Clavilegno nel Don Chisciotte, citato da me nel mio saggio-racconto, cita a sua volta il cavallo di Troia ma con altro spirito ed esito. Don Chisciotte e Sancio credono di volare, mentre gli astanti ridono di loro vedendoli vittime della loro esaltazione. Realtà e fantasia, quando il loro equilibrio si rompe non solo nel pensiero ma anche nelle parole, possono portare alla follia. ma qui è l'ignorante Sancio che si salva, mentre a Troia i Troiani ignoranti vengono condannati. In ambedue i casi la parola disegna confini mobili alla realtà e la passione porta a credere o non credere all'esistenza di un'altra realtà diversa da quella solita. Mobile e sfuggente come nel gioco degli specchi. La consapevolezza fa la differenza.

8) Nel Don Chisciotte ogni cosa può essere soggetta a diversi punti di vista (ad esempio i mulini a vento diventano dei giganti), il che fa perdere chiaramente l'esatta concezione della realtà. Lei ha mai avuto timore di perdere il controllo, smarrirsi?
Perdersi e smarrirsi è un'idea che mi è sempre appartenuta. Più come stimolo che come paura, mi fidavo del mio equilibrio e cercavo realtà sconosciute dietro l'angolo. La parola narrativa è scoperta. Mi sono perso in varie occasioni nella vita e scrivere e leggere  è stato sempre un buon modo per ritrovarmi. Col senno di poi, perdersi è un'occasione di libertà. Questo è successo a Don Chisciotte quando si è avventurato nel suo mondo immaginario: ha trovato la libertà che la dimensione limitata della sua vita di villaggio non consentiva. Una libertà folle, certo, ma la libertà come la follia non ha un equilibrio, è dinamica in un percorso dove devi superare  gli ostacoli e vincere. Come fa Ulisse, che sfiora spesso la follia. Ma Ulisse usa la parola mentre Don Chisciotte ne è usato.

9) Cito sempre ciò di cui lei ha parlato, nello specifico della "parola-finzione". Lei cerca giustizia e verità o ha già trovato delle certezze cui aggrapparsi nei momenti di caos?
Non so se cercare giustizia e verità sia possibile come obiettivo generale, parlo per me, me le vedo arrivare incontro talvolta anche con una certa sorpresa, senza nessuna certezza. Nell'ordine che sembra più perfetto c'è un elemento di caos, la vita è così, senza certezze su un ordine morale e conoscitivo fisso e immutabile. Il che non vuol dire non avere valori, ma semplicemente non schematizzarli dentro un'ideologia. Giustizia e verità sono frutto non solo dell'ordine ma anche del caos, o caso con un bel anagramma, vista la forza delle parole. La realtà è in continuo movimento, anche le cose ferme hanno dentro di sé il movimento atomico.

10) Nella sua opera ricorrono questi argomenti: libertà, finzione, parole. Può scrivere una chiosa per terminare l'intervista riassumendo i concetti che desidera trasmettere al lettore?
Ne "L'arte del romanzo" Milan Kundera dice che bisogna scrivere una storia della letteratura come dimensione autonoma, come già fatto per la filosofia e la scienza. Quella che c'è ora è legata a schemi in cui la parola letteraria non ha una sua autonomia rispetto a filosofia, scienza, storia, epoche, lingue, politica e società. Nella sua prefazione ai racconti di Poe, Giorgio Manganelli dice che "la scelta deliberata del disordine è ciò che oppone il delirio fisiologico al delirio come mezzo di conoscenza intellettuale". Continua dicendo che quest'ultima forma è possibile "presupponendo che la realtà non sia reale, ma solo "una minatoria falsificazione moralistica". Nel mio libro, io dico che la parola non è solo testo, ma contesto con una sua autonomia, che è collegata direttamente alla vita umana. La parola di Nessuno è contesto, ben oltre l'epoca e la cultura di Omero, e lo è anche la parola di Don Chisciotte che promette il governatorato di un isola a Sancio Panza, è verità della parola basata sulla menzogna. Il mio sforzo di analisi in Sancio, io e l'isola di Nessuno, va in questo senso e spero che qualcun altro che ne sa più di me vada avanti su questa strada. La verità della parola è la risposta estrema in situazioni estreme, a minacce alla propria integrità fisica e psichica, del protagonista e quindi di scrittore e lettore.Troiani davanti al cavallo di legno, Ulisse davanti alla morte e alla perdita di isola e moglie, Don Chisciotte davanti a una vita senza più nessun significato. Viaggiare con la parola è sfiorare la verità intesa come sublime della debolezza umana, Canto delle Sirene riservato a ciascuno di noi individualmente, ai tempi nostro come in quelli di Omero. Siamo come Ulisse nella sua Odissea o Don Chisciotte in punto di morte. La realtà supera le immagini in vastità e mobilità, come nel Ritratto di Dorian Grey, e la forza della parola nasce dal mistero del bambino che inizia a parlare a due anni rompendo il silenzio, dandogli significati nuovi. L'isola di Nessuno è la letteratura come verità e menzogna, storia da scrivere sulla parola come contesto vitale e forza misteriosa ancorché evidente: è l'isola dove un Nessuno sconfigge il mostro, la morte, con la parola che usa. Momento di verità di una risposta estrema a una minaccia estrema, ma con la parola vera protagonista nonostante tutta la violenza del mondo. Così mi è sembrato normale fare un viaggio attraverso tempi e luoghi così distanti, opere e autori così diversi, arrivando fino ai giorni nostri, a Kafka, Joyce, Pirandello e Roberto Bolano, un viaggio di analisi densa e racconto delirante, verso l'isola di Nessuno a partire dall'aeroporto sotto casa mia: La Parola.

 

 

 

Siti Internet:
http://www.ibs.it/code/9788897601135/bonicelli-della-vite-vin/sancio-isola-nessuno.html
http://www.451online.it/sancio-io-e-lisola-di-nessuno/
http://www.amazon.it/Sancio-lisola-nessuno-Vincenzo-Bonicelli-ebook/dp/B00BOZ7RFG
 

 

 

 

Paola Elena Ferri