INTERVISTA A MARINA TOROSSI TEVINI

INTERVISTA A MARINA TOROSSI TEVINI

Marina Torossi Tevini  - vincitrice nella sezione “narrativa edita” di Alexandria Scrittori Festival - edizione 2013, con l’opera "L'Occidente e parole" (Campanotto Editore).
 

1) Ci racconti qualcosa di lei e ci spieghi com’è nata la passione per la scrittura.
Ho scritto da sempre, nonostante mi sia dedicata anche ad altre attività (soprattutto quella di insegnante). Ma  le ho considerate in subordine. Ho scritto perché dovevo farlo, perché le idee premevano e mi era più difficile, direi persino doloroso, non scrivere. Per un periodo non ho cercato neppure la pubblicazione, poi l’ho fatto in forma molto modesta, con una piccola casa editrice che ha pubblicato sinora sette dei miei otto libri.

2) Facendo riferimento alla sua opera, l’insegnante si trova in conflitto tra il suo desiderio di voler insegnare agli allievi il coraggio di pensare con la propria testa e la costrizione del sistema scolastico che, spesso, chiede di piegarsi a compromessi. E’ lo spaccato della situazione odierna?
Trasmettere il coraggio di pensare in modo autonomo, far crescere la capacità critica degli alunni, renderli partecipi di un’esperienza intellettuale stimolante penso siano tra i principali compiti di un insegnante. Negli ultimi decenni però la scuola, come tanti altri settori d’altronde, si è avviluppata in una burocrazia perversa che impedisce (o rende molto difficile) a chi vi opera fare qualsiasi lavoro serio.

3) Come nasce il titolo e perché questa scelta?
Il titolo “L’Occidente e parole” riassume quelli che sono, e non solo in questo libro, i temi a cui sono più legata: in primo luogo la crisi dell’Occidente, che è anche crisi relazionale, generazionale, crisi di valori e di rapporti, oltre che crisi economica e sociale, momento di passaggio che, come tutte le transizioni, dobbiamo gestire e che forse ci farà approdare a qualcosa di meglio, ma che ora ci lascia impantanati in un vespaio di problemi;  e in secondo luogo il tema della parola, che ritorna in molti racconti in varie forme (parola che crea, parola che non comunica, parola che danneggia fomentando fanatismi nell’opinione pubblica, assenza della parola che crea violenza, perché anche il tema della violenza, così presente in alcuni racconti, è legato talvolta alla mancanza di comunicazione).  

4) Cito una frase dalla sua opera: "Dobbiamo spogliarci di molti noi. Di gran parte del nostro personaggio". E mi collego ad un’altra frase che dice così: “Se cediamo ai nostri desideri non saremo mai felici”. Vorrei mi aiutasse a capire se tra le due realtà possa esistere un filo sottile che le colleghi tra loro, pur facendole sembrare apparentemente diverse.
I rapporti veri esigono onestà completa e allora pirandellianamente ho citato i personaggi che in qualche modo costituiscono il nostro io e sono in gran parte fasulli. Pirandello parlava di un io sociale contrapposto a quello più autentico, che magari emerge attraverso la pazzia più o meno lucida dei suoi personaggi. Non a caso la raccolta complessiva delle sue opere teatrali si chiama “Maschere nude”. La seconda citazione “Se cediamo ai nostri desideri non saremo mai felici” ha invece una radice classica, senechiana. Nella filosofia antica - come d’altronde in molte religioni-filosofie orientali (ad esempio il buddismo) - si insegnava all’uomo a non cedere ai suoi desideri, a distinguere quelli essenziali, che vanno soddisfatti, e quelli non essenziali, a cui non si deve dare ascolto. L’uomo di oggi è tristemente “costruito” come un consumatore e, per la felicità dei grandi trust e per la propria infelicità, è una sorta di macchina programmata per desiderare quasi in modo parossistico. Credo che l’insegnamento dei classici possa essere di grande utilità per spezzare questo perverso atteggiamento mentale che caratterizza i nostri giorni.

5) "I matti sono spesso anche dei poeti”. Ma qual è il confine tra genio e follia?
Platone diceva che la follia che viene dal dio è molto meglio di ogni sapienza umana sottolineando che l’ispirazione artistica è in qualche modo un dono degli dei. Spesso nella genialità c’è anche una venatura di follia. Il passo che lei cita si riferisce al primo racconto, “Un inverno a Trieste” in cui compare una Trieste di matti e di poeti, una Trieste sentina del mondo, abbandonata in questa discarica dell’Adriatico dove si raccolgono, come in un inghiottitoio, tanti detriti della delinquenza che proviene dall’est Europa.

6) Cito un’altra frase dell’opera: “Io non sento d’amare. Eppure vorrei. (...) Ma mi sembra pura follia.” Si ripete il desiderio di andare “oltre la normalità”. Ma da cosa possiamo fuggire, secondo lei, e di cosa abbiamo davvero bisogno, indipendentemente da ciò che pensiamo di volere?
Le parole che lei cita sono tratte dal racconto “Una donna senza qualità” e messe in bocca a un’insegnante in crisi – tanto in crisi che poi finisce col suicidarsi – insegnante molto poco rappresentativa del corpo docente, che in generale apprezza del proprio lavoro la possibilità di esercitare un potere, per quanto limitato, su un pubblico e quindi non sente la contrapposizione amore-potere nelle forme in cui compare nel racconto. Quanto alla seconda domanda, “di che cosa abbiamo bisogno”, direi: di tempo a nostra disposizione in primo luogo, di animo sgombro che ci possa mettere in contatto con le parti più autentiche di noi stessi, di rapporti con gli altri autentici e di solitudine, di conoscenza e di  capacità di rielaborarla, della possibilità di essere sempre padroni delle nostre scelte e della nostra vita. Non è poco…

7) Lei scrive: “Allora resta a lottare con le parole. Ti sbraneranno. Le parole! Da un secolo lottiamo contro di loro. Contro il loro potere, contro la loro approssimazione.” Antoine de Saint-Exupéry diceva: “Le parole sono una fonte di malintesi”. E’ davvero così, quindi? Noi siamo schiavi delle parole?
Il tema della parola ritorna in molti racconti in particolare ne “Il tempo delle piogge” da cui sono tratte le sue citazioni, racconto il cui oltre alla trasmissione intergenerazionale del sapere si affaccia anche il tema della deformazione che i mass media apportano alle notizie condizionando l’opinione pubblica in modo marcato e deviante. Le parole nell’epoca della comunicazione di massa hanno fatto parecchi danni. Si possono ricordare le folle che osannavano Hitler o la guerra di Bosnia con i suoi slogan etnici. A questo proposito ha scritto Rumiz giustamente: “Non penso che il male abbia una forza cosmica superiore  credo che esso prevalga perché sa in anticipo che il cosiddetto bene è ingenuo fino all’imbecillità. Dai Balcani ci viene questo insegnamento: ciò che ci trasforma in carne da cannone è palesemente lo stesso imbonimento che ci fa comprare questo o quel detersivo, votare questo o quel partito”.

8) In riferimento alla domanda di prima, riporto una sua frase che sembra in contrapposizione: “Possiamo insomma rischiare di denudarci delle nostre più intime e segrete difese? Possiamo parlare veramente?” Può spiegarmi questa strana dicotomia che sembra rappresentare un limite, in una comunicazione?
La frase appartiene sempre a “Una donna senza qualità” e si riferisce ai drammi di un’insegnante che vorrebbe porsi non nel suo ruolo di docente ma come “persona” nei confronti degli alunni, trovando difficile, se non impossibile, riuscirci. In generale, e in forma più soft ovviamente, il problema ce lo poniamo tutti quando nel comunicare con gli altri valutiamo quanto abbassare le difese e quanto denudare il nostro animo.

9) Desideriamo “gli spazi vuoti”. Eppure non facciamo altro che riempirli di qualcosa che crediamo di volere ma di cui, forse, non abbiamo bisogno. Perché, secondo lei?
Gli spazi vuoti sono necessari come l’aria, il tempo solo per se stessi è vitale, bisognerebbe sempre perseguire  le vere passioni che nutriamo. Questo ci renderebbe felici. Spesso però non lo facciamo, talvolta per obiettiva impossibilità (impegni, mancanza di tempo etc) talvolta anche perché la società ha costruito l’uomo di oggi per i suoi interessi. L’ha reso un consumatore che vende il suo tempo per acquistare i miseri feticci di una società decadente anziché perseguire le sue esigenze più intime e vere.

10) Lei afferma (sempre nell’opera) che “i giovani vogliono essere rassicurati”. Ma si chiede anche: “Che senso ha il passato?”. Qual è il collegamento che potremmo trovare tra ciò che erano i nostri avi (l’esperienza) e ciò che saranno le generazioni future (il divenire)?
I giovani, ma non solo loro, desiderano sicurezza e quindi è facile ingannarli dando loro una falsa sicurezza. L’insegnante che appare in alcuni dei miei racconti vorrebbe insegnar loro ad essere forti, a non credere ai demagoghi, vorrebbe che lo studio del passato, in particolare del mondo classico, servisse a questo: a forgiare persone forti, non bisognose di appigli fasulli, ma capaci di discernere la verità, di scovare l’inganno, di non credere a troppo sirene.


Paola Elena Ferri