"Il ricordo di Daniel" - di Marco Candida

Vincitore della sezione NARRATIVA EDITA,  PREMIO CONTEMPORANEA D'AUTORE 2014 Alexandria Scriptori Festival 2014.

"Il ricordo di Daniel" (Anordest Edizioni) di Marco Candida

1) La narrazione affronta molti temi, filosofici, personali e sociali: è Daniel il protagonista del romanzo, o in realtà è lui stesso ad essere “portavoce” di questi temi, così urgenti nella società moderna?
Ne "Il ricordo di Daniel" c’è un tema, per così dire, filosofico che riguarda l’identità. In seguito a un incidente stradale e a un coma di ventisei giorni Daniel, un uomo di trentun anni, ha perso completamente la nozione di se stesso. Una volta fuori dall’ospedale i suoi genitori e le persone care s’incaricano di reinserirlo nella società: di farlo tornare chi era prima. Così Daniel deve fare conoscenza di se stesso attraverso i racconti di altri. Ci sono poi un paio di temi, per così dire, sociali. Uno riguarda l’inquinamento atmosferico. Daniel è infatti un avvocato in una delle ditte del gruppo del padre. E la sua ditta in particolare è impegnata in una causa penale nei confronti di una famiglia che ha sporto querela per inquinamento atmosferico e acustico (e altro). Proprio Daniel, in quanto avvocato, è chiamato a tornare, tra altre questioni, a occuparsene. L’altro tema sociale è inerente alle lauree false – tema del quale, nel 2009, quando avevo cominciato a scrivere il romanzo terminato poi nel 2011, si dibatteva abbastanza, erano apparsi diversi articoli di giornale. Daniel infatti comincia a mettere in discussione di essere chi le persone che lo circondano gli raccontano di essere e arriva persino a dubitare che i suoi attestati di laurea in Giurisprudenza e di Avvocato siano reali. A ogni tema – credo che ce ne siano ancora solo un altro paio – corrisponde una linea narrativa, e queste linee si intrecciano e incrociano e per così dire intrappolano Daniel. Daniel non è un protagonista in senso classico – non è l’eroe delle situazioni che vive. Nelle situazioni ci sta e ci sta non con reazioni particolarmente degne di nota o eccezionali, ma con quelle che potrebbero essere le reazioni di chiunque.   

2) Si dice che in ogni romanzo ci sia una parte autobiografica: c’è qualcosa di lei, in Daniel?
Questo è il settimo romanzo che mi viene pubblicato e questa volta, no, non c’è nulla di spiccatamente autobiografico se non dettagli assai marginali.

3) Daniel vive il trauma della perdita della memoria in modo costruttivo: non si lascia abbattere dall’idea di dover costruirsi una vita da zero, né dai pesanti traumi psicologici subiti, ma anzi ne trae spunti di riflessione e nuova linfa per ripartire e creare un nuovo futuro. Possiamo pensarlo come uno sprone a chi stia pensando di non avere una seconda opportunità (talvolta neppure una prima) nella propria vita?
A Daniel viene offerto un futuro dalla propria famiglia – che è una famiglia assai agiata, ricca. Un posto in uno studio legale. Un ruolo di dirigenza nell’organigramma aziendale. Solo che Daniel a poco a poco avverte tutto questo come falso. Non crede più in se stesso. In ciò che è stato. Letteralmente. E, come recita una frase posta in esergo al romanzo, “Niente è vero se tu non puoi credere in quello che sei”. Non avere più un’identità, non credere in se stessi, in quel che si è, toglie valore a tutto quello che si ha intorno. A Daniel viene detto: “Scegli. O un futuro davanti a te dimenticandoti di chi eri prima dell’incidente, senza farti troppi problemi. Oppure la ricerca del vero te stesso rinunciando, però, a un futuro”. Spesso ci lamentiamo di non avere un lavoro e quindi di non avere un futuro e una vera vita. Però sappiamo anche che avere un lavoro significa spersonalizzarsi e annichilirsi, rinunciare a una quota importante della propria identità per conformarsi, uniformarsi, per lavorare appunto. Ecco, Daniel rappresenta queste visioni del mondo inconciliabili ed è chiamato a fare una scelta.

4) Qual è stato il percorso creativo alla base di questo soggetto?
Il primo romanzo che ho scritto, nel 2007, era un romanzo sulle parole. Il secondo sui sogni. Il terzo sull’alcol. Il quarto sui segreti. E questo è sui ricordi. Sia il romanzo sulle parole che sui sogni, ma anche quello sull’alcol, così come quello sui ricordi hanno in comune la comparsa di allucinazioni, di piani di realtà e finzione che si intersecano e confondono (nel Ricordo di Daniel ci sono ricordi veri e falsi ricordi che depistano e intorbidano le acque di continuo). Ecco, volevo scrivere un romanzo sui ricordi e l’ho fatto scrivendo un romanzo di taglio tradizionale (o abbastanza tradizionale) partendo anche da uno stereotipo narrativo preciso: l’amnesia. L’amnesia è un superclassico degli stereotipi. Esistono non so quanti libri e film che trattano l’argomento. Ma io mi sono chiesto: “Chissà come sarebbe se a un uomo affetto da amnesia totale si provasse a consegnare un’identità totalmente diversa da quella precedente raccontandogli un mucchio di bugie”. Questa era l’idea di base, alla quale ho poi dovuto in gran parte rinunciare perché è praticamente impossibile raccontare in modo credibile una storia del genere. E tuttavia mi sono ritrovato con un bel sacco di significati simbolici che trascendevano la storia e la rendevano significativa e così l’ho tenuta cercando di raccontarla nel modo più credibile e coerente possibile e scegliendo i registri più adatti. 

5) In più parti del romanzo, emerge amarezza per una certa “Italietta” mediocre, fatta di sotterfugi, mediocrità e malaffare: viene istintivo leggere, nel trasferimento prossimo di Daniel e Sara a Larissa, un rifiuto spirituale e materiale verso questa decadenza. Qual è la sua posizione sul tema?
In questa “Italietta” mediocre ho lavorato per diversi anni in un’azienda. Poi ho pubblicato romanzi e ho conosciuto molti scrittori. Vede, qualche sogno io sono riuscito a realizzarlo. Sì, forse potrei aspirare a qualcosa di più (molto di più, ahimé, in verità), forse potrei persino dire di meritare qualcosa di più. Ma in fondo io è in questa “Italietta” che sono nato e in questa “Italietta” ho realizzato quello che volevo fin da piccino. Allora il punto è: devo pensare che se questa Italia non fosse un’ “Italietta” io avrei molto di più? Oppure devo pensare che se questa Italia non fosse l’“Italietta” che è io non avrei ottenuto quello che ho ottenuto oscurato da intelletti molto migliori del mio? Ovviamente l’amor proprio mi fa propendere per la prima risposta. Ma non esiste certezza sia che si scelga la prima sia che si scelga la seconda risposta, come chiunque capirebbe. Se vivessi in un’Italia migliore, chi può negare che la mia vita non sarebbe peggiore? Con questo voglio dire che battersi per un’Italia migliore è giusto e sacrosanto, ma ancora più giusto e sacrosanto è battersi per un’Italia migliore essendo disposti, pur di ottenere questo risultato, a farsi da parte se non si è sufficientemente all’altezza, se non si è al livello degli altri. E c’è davvero qualcuno disposto a far questo?  

6) George Santayana diceva che “coloro che non ricordano il proprio passato, sono destinati a ripeterlo”. Per Daniel, le cose sembrano andare in modo molto diverso, quasi fosse salvifica la totale amnesia. Che riflessione si sente di fare, su questo?
Non ho mai riflettuto veramente sul celeberrimo calembour di Santayana. Ora però mi vengono alcune riflessioni. Di solito questo aforisma si utilizza per chiudere una lezione di storiografia o un libro di storiografia. Dopo aver mostrato cause e esiti di conflitti spesso sanguinosi, sempre terribili, si usano queste parole come monito. Fate attenzione, vogliono dire, non dimenticate le cose terribili che sono accadute altrimenti queste cose terribili potranno ripresentarsi. Ma se prendiamo alla lettera le parole di Santayana la verità è che esse suonano immediatamente false. Davvero chi non ricorda un passato di grandezza è destinato a ripeterlo? Verrebbe subito da rispondere di no. Noi italiani, ad esempio, siamo intrappolati nel nostro passato. Abbiamo il Rinascimento. La Grande Roma Antica. Garibaldi. Mazzini. Ma quand’è che questa grandezza sarà destinata a ripetersi? Sono passate centinaia d’anni e questa grandezza sembra non volersi ripetere più. Eppure noi il nostro passato lo abbiamo abbondantemente monumentalizzato. Viviamo nel nostro passato. Lo conosciamo bene. Quanto al fatto che basta ricordare un evento traumatico perché questo non si ripresenti di nuovo, anche qui sarà sempre vero? Secondo me bisogna fare attenzione. Mentre si trasmettono documentari e documentari sul nazismo e sul fascismo e sugli orrori della seconda guerra mondiale, siamo sicuri che nel frattempo, mentre siamo impegnati a condannare e a non far tornare quel nazismo e quel fascismo, contemporaneamente nuove forme di nazismo e fascismo non stiano venendo fuori senza che noi siamo in grado nemmeno di riconoscerle? Non so. Ad esempio una nuova forma di nazismo è il lavoro mal retribuito a condizioni di semischiavitù. Oppure il fatto più banale che si impedisca alle persone che hanno fatto una fila lunghissima di entrare in una sala da trecento posti per ascoltare una conferenza di cosiddetta cultura – come è accaduto a Milano e anche alla Fiera Del Libro. Sono innumerevoli le forme del Male. Della prepotenza. Della soperchieria. Ma noi identifichiamo un passato e poi diciamo che è quel passato che non deve ritornare senza renderci conto che è proprio così che ci freghiamo con le nostre stesse mani. Il Male è il Nazismo, ma soprattutto il Male è il Male e purtroppo il Nazismo è solo uno dei suoi volti. Il Nazismo ci ha fatto vedere, fino in fondo, per la prima volta, che cosa può essere il Potere. E il Potere è il Potere sia esso dittatura o democrazia (e a volte mi chiedo se “demo” derivi realmente da “demos” o se per caso non derivi da “daimon”, da demone: potere in mano ai demoni) e il Male è del Potere che ha bisogno per schiacciare, per signoreggiare, per essere quello che è.

                  

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Donato Corvi